Diario emotivo ai tempi del coronavirus (3.20)

Isolati appunti quotidiani dalla zona rossa

Strade bianche

31 marzo. C’è una grande domanda che si sta affacciando in questi giorni: come riprenderà la nostra vita dopo l’emergenza? Una questione legata non tanto agli aspetti economici ma a quelli sociali, a iniziare dal distanziamento tra le persone che potrebbe durare ancora molti mesi. Anche se alcuni scenari restano apocalittici, con la vita quotidiana sempre più appesa alle realtà virtuali, occorre reagire e inventarsi qualcosa per far sì che i nostri giorni futuri non siano disegnati dalla paura. Provo con un esempio: sarà meglio andare a un concerto indossando la mascherina, oppure preferireste guardarlo a casa in streaming?  Perché tutta questa voglia di uscire che abbiamo oggi, mentre siamo costretti a rimanere in casa, andrà poi veicolata nel modo giusto per non finire ancora prigionieri. C’è una nuova strada da disegnare: sarà piena di curve e di ostacoli, ma alla fine abbiamo il dovere di progettarla migliore di quella che ci ha condotto fin qui.

Ora perdonatemi un piccolo sfogo. In tempi diversamente sospetti, Battiato cantava: “In quest'epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell'orrore”. Un celebre passaggio di Bandiera bianca che mi è tornato in mente ieri mentre inciampavo rovinosamente nel pietoso spettacolo messo in scena dal duo "Il capitano e la soubrette", non occorre nominarli, non ve n’è bisogno. Quando pensi che il fondo del secchio dell’immondizia sia stato toccato, c’è sempre qualcuno che riesce a scendere ancora più in basso per scavare oltre il baratro della pattumiera. Ed è a quel punto che anche tu, misero ateo, speri nel miracolo e lo vedi. Sì, lo vedi. Vedi finalmente un Dio furioso scendere dalla croce del suo eterno riposo. Ha le sembianze di Charles Bronson. Non dice una parola. Li prende a sganassoni. Il cielo applaude.

29 e 30 marzo (Fughe da fermo)

Ci parliamo come se fossimo tutti in viaggio per la luna ma l’astronave non si è mai mossa da terra. Basta guardare fuori dall’oblò per capire che è tutto fermo, che non siamo ancora decollati. Ci guardiamo da uno schermo, comunichiamo con voci a singhiozzo e facce sempre più stanche. Insomma, se anche per oggi non si vola, che si apra il portello e si torni almeno a camminare. Ché sono passate ormai tre settimane da quando è iniziato il cowntown senza che un solo razzo si sia mai acceso. E intanto siamo lontani, distanziati da tutto, senza essere mai partiti. A darci un po' di conforto non sono i grandi ma i piccoli capitani coraggiosi che non dimenticano. Come Edi Rama. Magari ci sveglieremo in un mondo nuovo senza avere fatto un solo passo. Ci porteremo i nostri graffi sulla pelle, i nostri solchi sul viso. Noi che arriviamo da strade incerte con i nostri passi insicuri. Con il cuore rosso pieno di ieri e un bicchiere vuoto in mano.

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Ma intanto dalla torre di controllo non arrivano buone notizie. Il guasto causato dal maledetto Covid-19 sembra irreparabile. Un nuovo annuncio parla del 18 aprile ma i più realisti dicono che il lancio non avverrà prima di maggio. Aleggia il pessimismo di chi va incontro a un destino incerto mentre sta lasciando quella terra dove si era persino felici, incoscienti ma felici. Così pieni di noi da non alzare mai gli occhi al cielo per guardare la luna e sentirci quel che siamo: piccoli e miseramente vulnerabili. Inizia un’altra settimana, ci porterà un nuovo mese e chissà quali altre fughe da fermi. (Foto sopra m/p)

28 marzo (Il Papa e il Presidente)

L’ultimo venerdì di marzo è stato un giorno consegnato di diritto alla storia. Protagonista assoluto, Papa Francesco. Non occorre essere credenti per capire l’impatto emotivo generato dall’immagine del Pontefice, raccolto in solitaria preghiera in una delle piazze abitualmente più gremite del mondo. Più delle parole, il cui potere è riservato ai fedeli, non si può negare che il tutto - peraltro premiato da un momento di inevitabile grazia del creato - avesse un’aurea mistica di rara intensità. Piaccia o meno, la chiesa ha dato prova che quando vuole riesce ancora a trasmettere messaggi di una potenza spirituale che non hanno eguali. Se tutto ciò fosse stato un film - a Sorrentino possono anche fischiare le orecchie - la regia, l’interprete principale e la fotografia sarebbero stati da Oscar.

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In un giorno purtroppo segnato ancora dalla spietatezza dei numeri e dalla morsa della morte, a riportarci un po’ di umanità ci ha pensato anche il Capo dello Stato Mattarella, colto in un fuori onda destinato anch’esso a diventare memoria di questa difficile stagione. Un minuto di televisione involontaria che ha dimostrato, se ancora ce n'era bisogno, quanto l’arte della commedia sia intrinseca in noi. Ci appartiene e in qualche modo è la dimostrazione che siamo diversi, per certi versi migliori soprattutto nel momento delle disgrazie. Ieri ho incrociato un uomo anziano con la testa china e un sacchetto della spesa in mano, l'ho guardato e salutato. Non se lo aspettava e subito gli si è acceso un bellissimo sorriso. Non perdiamoci, soprattutto ora. (Foto sopra Ansa)

27 marzo (La nostra ora di libertà)

Un’altra giornata durissima. I casi di nuovo in aumento in Lombardia hanno seminato una palpabile ondata di sconforto. Forse quello di ieri è stato il giorno più difficile dall’inizio del nostro isolamento nelle case. Forse per la prima volta si è avuta la piena consapevolezza che questa battaglia sarà lunghissima e durissima. Lo slogan “andrà tutto bene” non è mai vacillato come ieri. Nessuno ci crede più. Non andrà tutto bene perché il giorno che avremo finito di contare i morti, che sono già un numero impressionante, inizieremo a contare quante persone hanno perso il loro posto di lavoro. Questa è la realtà con la quale dobbiamo convivere, con la speranza che la tanta sognata Europa dia quel segnale che finora non è arrivato. Entro pochissimo tempo capiremo il nostro futuro di cittadini anche in questo senso.

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Intanto siamo arrivati al quarto modulo per autocertificare le nostre “fughe”, la nostra mezz’ora di libertà. L’unico intermezzo che ieri ci ha fatto sorridere e sul quale si è soffiato l’ultimo respiro di ironia che ci è rimasto. Ma abbiamo bisogno di un lampo che riaccenda la nostra spiritualità. Non importa in ciò che si crede ma abbiamo un bisogno urgente di trovare rifugio in qualcosa che sia più grande di noi, che porti i nostri occhi a guardare oltre, che ci restituisca il sole e la luna, il cielo e le stelle. Abbiamo bisogno di toccare il mare, di farci accarezzare dal vento. E in questi giorni di pioggia che non ci bagna, anche una canzone può tenere vivo il nostro cuore. Soprattutto quando Dylan, tra misticismo e consapevolezza, ci ricorda la nostra follia. (Foto sopra m/p)

26 marzo (Il contagio della verità)

Se non fosse che stiamo vivendo un momento tragico, quella di ieri sarebbe stata anche una giornata simpatica. Dopo il caso Avigan - il farmaco antivirale al quale è bastato un video dal Giappone per spingere l’Aifa alla sperimentazione – la nuova onda emotiva che ha travolto il Paese è arrivata grazie a un servizio del 2015 di Rai3, durante il quale si raccontava di un virus creato in un laboratorio cinese. In un attimo milioni di italiani, capitano in testa, si sono trasformati in un popolo di complottisti della domenica con in tasca la spiegazione della pandemia. Feroce e immediato il granitico intervento dei media - già impegnati in una campagna anti-fake dai risvolti spesso bizzarri - per smentire il nesso tra quel vecchio servizio e il nuovo coronavirus. In un paese inevitabilmente impazzito, dove tutti tirano calci senza avere il pallone tra i piedi, è sempre più difficile vedere in campo una squadra credibile. Il tifo (non la ragione) si sposta a seconda degli umori, seguendo la traccia di un copione cinematografico tipicamente italiano che ci riporta alle migliori pellicole interpretate da Alberto Sordi.

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Anche nella mestizia e nel grigiore della stagione che stiamo subendo, riusciamo infatti a dare colore a ogni soffio di questo dramma collettivo. Dopo le sciagure iniettate ad arte con i messaggi vocali geolocalizzati, siamo passati dal credere a tutto al non credere più a nulla. Eppure è bastato rispolverare un servizio televisivo per tornare alla suggestione di massa. Non è questo il luogo dove stabilire ciò che è vero e ciò che è falso. Anche qui, vorrei invece far capire che occorre riportare tutto in un alveo meno schizoide. Certo in questi giorni segnati da provvedimenti draconiani trovare equilibrio non è facile. Però tempo per leggere ne abbiamo, per cercare più fonti e capire quali sono attendibili, anche. Banalmente persino per distinguere un terrapiattista da un uomo che ama semplicemente la verità. E certamente abbiamo tempo per pesare le parole e le azioni scomposte di una politica che anche ai tempi del coronavirus riesce a dare il peggio di sé. Perché se c’è una stagione in cui alla pancia non puoi rispondere con la pancia, quella stagione è questa. Ma chiedere responsabilità ai populisti è come chiedere al virus di non essere contagioso. (Foto sopra m/p)

25 marzo (Ricomincio da capo)

Tutti i giorni sono uguali, inizio a sentirmi come Bill Murray in Ricomincio da capo. Ho avuto persino la tentazione di mettere I Got You Babe di Sonny & Cher come sveglia per rendere il tutto ancora più reale. Solo che sembra sempre domenica e un orario preciso per alzarsi non è poi così importante. Anche il sole o la pioggia non fanno più la differenza, tanto non si può uscire. Al massimo si può fare una gita al supermercato, una sorta di zona franca dove ci è concesso un assaggio di passato, seppure armati di guanti, mascherine e distanze di sicurezza. Per un attimo ieri si era diffusa la notizia che questo Grande Fratello sarebbe stato prolungato fino al 31 luglio e lo sconforto nella casa si tagliava con il coltello. Poi in serata la smentita del conduttore Giuseppe Conte: “Non è vero, però se scappi di casa ti leviamo anche le mutande”.

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Ma lì fuori non c’è davvero più nessuno e qui dentro la noia inizia a fare più paura delle notizie. Non so se ci avete fatto caso ma anche le comunicazioni frenetiche delle prime settimane stanno rallentando: sia i messaggi apocalittici sia quelli ironici hanno avuto una brusca frenata. Stiamo entrando in una bolla di apatia emotiva? Il rischio c’è, soprattutto fino a quando non verrà ufficializzata la data di una nuova alba. Chissà cosa faremo quel giorno, se saremo felici o smarriti come animali selvatici rimessi in libertà. Oppure solo così stanchi che rimarremo a casa. (Foto sopra m/p)

24 marzo (Nuove rotte)

Aprire le finestre e non sentire nulla. Là fuori poche anime avanzano in silenzio, alzando a malapena lo sguardo per non incrociare altri occhi colmi di paura. Non corre più nessuno, si va tutti più lenti. Qualcuno accenna un sorriso ma non una parola: c’è un carico sulle spalle di ognuno di noi che rende il cammino quotidiano sempre meno leggero. Le case la sera sono piene di luci ma non cantano più, sono sigillate, spente, sospese insieme a chi le abita forzatamente. Ci siamo arresi? No. Stiamo solo imparando ad accettare questo momento rimodellando le nostre abitudini. E intanto proviamo a capire come comportarci quando ne usciremo, già certi che qualcosa si è rotto per sempre. Tuttavia, se sapremo cogliere tutto questo come una lezione, non è detto che non si possa costruire un mondo migliore.

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La natura che avanza, mentre l’uomo fa passi indietro, è la palese dimostrazione di quanto la nostra presenza sul pianeta sia tremendamente invasiva. Ma al di là dei sorrisi che suscitano delfini, cervi e cinghiali che si riprendono mare e terra ai tempi della quarantena, la questione ecologica è quella sui cui si gioca il nostro futuro. Perché ora che in gabbia ci siamo finiti noi, ora che siamo come pesci rossi che nuotano e muoiono nella stessa vasca, occorre cambiare l'acqua. Sono certo che siamo ancora in tempo per disegnare una nuova mappa. Però facciamo attenzione: usare male i giorni che verranno potrebbe essere davvero letale. E a salvarci questa volta non basterà un vaccino. (Foto sopra m/p)

22 e 23 marzo (Black Mirror)

Chi lo avrebbe detto, solo qualche settimana fa, che il primo weekend della primavera del 2020 sarebbe stato uno dei più difficili e drammatici del secondo dopoguerra. Tutti chiusi in casa a contenere una tempesta più grande di noi. Millecinquecento morti in due giorni e un silenzio che spacca i timpani anche quando usciamo per fare la spesa, una delle poche cose che ci è ancora concesssa: le distanze, gli sguardi assenti, le parole che non ci sono più. I passi corti e il silenzio. Sembra il set di Black Mirror ma siamo noi, ora. Eppure, proprio nei momenti più difficili, l'uomo riesce a ritrovate se stesso compiendo grandi gesti di solidarietà: su tutti quello dei medici cubani arrivati ieri in Italia a darci una mano. Questa ritrovata umanità è più di una speranza, non solo per oggi ma per i giorni che verranno, giorni che dovranno mettere l'etica al centro di ogni nostra azione.

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Ho sempre amato le metafore legate al mare e non riesco a togliermi dalla testa questa immagine: siamo tutti sulla stessa barca, in balia di onde cattive che non sappiamo dove ci stanno portando. Non possiamo scendere perchè ancora non vediamo la terra ferma, un approdo sicuro. Siamo naufraghi di questa notte infinita dove tutto è svanito intorno. Ma arriverà la luce, arriverà il sole a spegnere queste nostre lanterne rosse. (Foto sopra m/p). 

21 marzo 2019 (Effetti collaterali)

Numeri, numeri, numeri. Numeri che ci stanno facendo impazzire. Che ci stanno mettendo uno contro l’altro mentre siamo sempre più  soli. In balia di un male che non conosciamo, che ci porta a cercare un colpevole su cui sfogare la nostra rabbia intrisa di paura. Ci ubriachiamo di notizie ma di questo passo finirà che qualcuno ci dirà cosa leggere e cosa no, cosa è scientifico e cosa no, cosa è vero e cosa è falso. Siamo così spaventati che ci fa paura persino la libertà, non solo quella fisica ma anche quella del pensiero. In fondo stiamo solo cercando la luce alle fine di un tunnel nel quale ci siamo trovati imbottigliati all’improvviso. Una trappola dalla quale sembra esserci un solo modo per salvarsi: rimanere in trappola.

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Un paradosso che inizia a mostrare tutta le sue difficoltà: più passa il tempo, più la morsa si stringe. E il male che fa inizia a sentirsi, non solo sulle caviglie. Ci sono troppe persone fragili che pagheranno caro questo isolamento. I danni di questo maledetto virus non sono solo quelli pesantissimi di un contagio che si impenna vertiginosamente: quelli sociali, ancora prima che economici, non possiamo contabilizzarli ora. Questa è una pandemia che si presenta con tutte le sue facce peggiori: quella delle vittime, quella delle persone lasciate sole a casa. Quella dei bambini a cui abbiamo tolto non solo la scuola ma anche il cortile. Ci sarà tanto da ricostruire quando torneremo a ballare con le nostre gambe tremanti. Perché del coronavirus non conosciamo nemmeno gli effetti collaterali. (Foto sopra Gin Angri).

20 marzo 2020 (Primavera non bussa)

Abbiamo dovuto accantonare persino l’arrivo della primavera. Lei che non bussa, lei che entra sicura, ha trovato chiuse le nostre porte. Mentre si manifesta già da giorni, non la possiamo cogliere e nemmeno respirare. Ma non la possiamo fermare, anche se il mondo è vuoto e ad aspettarla non c’è nessuno. Siamo tutti in casa a pregare che l’onda scivoli via, sempre meno convinti che andrà tutto bene. Troppi morti, troppa incertezza di un domani che ci sfugge e che appare sempre più incerto, mentre ci stiamo abituando ad accantonare la nostra libertà come fossimo alle prove generali della peggiore dittatura di sempre. Ce lo impone quel malefico tiranno del Covid-19 o qualcuno che per lui lo ha inventato? 

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Quante domande. Ce le facciamo tutti. Ma alla fine, più del buonsenso civile, a vincere è la paura. Così presente che l’arrivo dei militari si trasforma da inquietante a rassicurante, un po’ come quando pensavamo di salvarci dalle minacce dell’Isis con le camionette in giro per le città. Nemici sottili e invisibili ai quali si risponde quasi sempre di pancia o peggio mostrando i muscoli. Abbiamo deciso di mandare la gente a lavorare, persino con i mezzi pubblici, ma ora gli untori sono 4 runner impavidi che non rinunciano alla loro corsetta. Di questo passo rischiano di essere gambizzati dai balconi ancora prima di essere fermati dai soldati. Siamo senza più nulla e ci hanno chiesto di stare lontani anche da chi vive con noi. Fino a dove ci si può spingere senza nemmeno sapere se questa è davvero l’unica ricetta? Per quanto tempo possiamo tenere agli arresti domiciliari tutto un paese prima che esploda? La parola insieme non esiste più: si vive e si muore soli. Ve lo ricordate qual è stato l’ultimo giorno che siete usciti di casa senza preoccupazioni? No, però tutta questa miseria che ci è piovuta addosso una cosa ce la sta facendo già capire: quali solo le cose di cui abbiamo veramente bisogno. (Foto sopra m/p).

19 marzo 2020 (Soldati)

Non ci stiamo abituando a non uscire più, siamo solo un po' più consapevoli che in questo momento rimanere in casa è una condizione estrema ma necessaria per provare a vincere la lotta più dura degli ultimi decenni. Questa pandemia ci ha colti spettinati e fragili, indifesi e soli, siamo stati strappati alla vita quotidiana da una emergenza che ancora non ha intenzione di mostare il suo tramonto. Come durante una guerra, sappiamo che finirà ma non sappiamo quando. Là fuori regna il silenzio, mentre siamo tutti in balia di un vento cattivo. Eppure c’è ancora chi tenta la fuga, chi si concede alle scappatelle in tuta. Per fermarle ieri sono state invocate misure più stringenti, qualcuno ha auspicato persino l’uso massiccio dell’esercito. Ma i soldati nelle nostre strade ci sono già: non solo per “scortare” le bare di Bergamo ma anche per controllare i nostri spostamenti. E allora, se non si vuole offrire l’alibi a chi subisce ancora il fascino della divisa, forse questi sono giorni in cui conviene, non dico obbedire, ma essere responsabili. Anche quando ci sentiamo soffocare, anche quando il panico si fa strada, non dobbiamo solo pensare che tutto andrà bene, no:  dobbiamo fare tutto ciò che possiamo perché accada.

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Ricordo bene i racconti di mio nonno, un ragazzo appena maggiorenne che venne mandato al fronte durante la Prima guerra mondiale. È passato oltre un secolo, l’epica di quella tragedia sembrava davvero lontanissima. Invece è tornata attualissima per questa terribile pandemia. Basta pensare ai giovani medici chiamati a dare respiro agli ospedali: fino a ieri non sapevano neppure quando avrebbero potuto visitare il loro primo paziente. Ora invece ne troveranno centinaia tutti insieme, sapendo bene che nessuna università li ha preparati a questo. Ma se  torniamo alle nostre case, questi sono anche i giorni delle teorie, delle verità ufficiali, dei pipistrelli e di Batman. Ci sarà tempo per approfondire, per provare a capire chi è davvero il nostro nemico; basta essere consapevoli che succederà solo quando avremo ripreso in mano un’idea di vita. Che non dovrà e non potrà più essere ispirata al modello che ci ha portato fin qui. Questo non è il fallimento dell’Europa ma la fine di un sistema globale che si è schiantato senza aver capito che senza freni ci si uccide. Non solo di coronavirus. Ma dalle scorie di una politica economica che è rifugio dei soliti pochi. (Foto sopra Giuseppe Guin).

18 marzo 2020 (Terra Madre)

Ieri è stato forse il giorno più brutto dall'inizio di questa lotta contro il virus. Quello in cui la brutalità delle notizie non ha fatto sconti a nessuno. Come se il cerchio si stesse stringendo intorno a noi toccandoci o almeno sfiorandoci. Dopo i giorni dell'ironia, ultimo baluardo contro la paura, questi sono quelli dello sconforto. Ci sentiamo impotenti nell'affrontare una pandemia che ci sta nel migliore dei casi sospendendo la vita senza sapere quando e come ci verrà restituita. Difficile pensare che tutto tornerà come prima e che tutto andrà bene. La salute è il problema di oggi, il primo al quale dobbiamo guardare, iniziando a capire che non dobbiamo uscire almeno per dimostrare un ritrovato senso del "prossimo". Prima o poi ci toccherà però fare i conti con un'economia che non tarderà a presentarci il suo conto. E sarà pesantissimo. Solo chi è passato per una guerra, una guerra vera, sa cosa vuol dire rimettere in moto un paese. Ecco: guerra. Ieri per la prima volta questa parola è tornata a toccarci senza che neppure un colpo di cannone fosse stato sparato. Ma anche se siamo precipitati senza paracadute, non siamo in guerra. Stiamo vivendo una pandemia di manzoniana memoria che ci chiede di stare a casa perché gli ospedali non sanno più come curare tutte le persone colpite dal virus. Ci ritroveremo con un'economia al collasso, mai  così profondamente e globalmente minacciata dopo la Seconda guerra mondiale.

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In questo scenario da incubo, ci rimane un'arma potentissima: la rete, che ci dà la possibilità di comunicare tra di noi, anche vedendoci. Dopo avere incarnato per alcuni il male assoluto, in questo momento può invece rappresentare un'ancora di salvezza. Anche i social, così tanto giustamente criticati, se sapranno seppellire buona parte dell'odio di cui si sono cibati, potranno ritrovare un proprio ruolo sociale. Perchè la narrazione che si è fatta fin qui è finita, travolta da un'onda che ha scritto a caratteri cubitali qual è il vero pericolo per l'uomo. Abbiamo calpestato tutto mentre correvamo troppo forte. C'è un modo di vivere da ripensare interamente che ci impone innanzitutto rispetto per il nostro pianeta. Quello tra gli uomini ne è solo la diretta conseguenza. Ed è questo forse l'unico messaggio positivo che ci ritroveremo in tasca quando questa guerra sarà finita e torneremo a guardare il cielo. Abbiamo bisogno che questa terra madre torni a cullarci. Dipende solo da noi. (Foto sopra Sergio Beretta)

17 marzo 2020 (Zona rossa)

Sono passati solo 10 giorni dall'ultima cena con gli amici. Nemmeno il tempo di serdersi a tavola, quella sera del 7 marzo, che i media avevano già riportato la notizia che tutta la Lombardia era entrata nella zona rossa. Fino a quel giorno tutto sommato le nostre abitudini non erano state ancora stravolte. Si usciva, ci si incontrava, eppure già si percepiva quel senso di silenziosa incertezza che stava avvolgendo i nostri passi. Nonostante sindaci, associazioni e persino qualche quotidiano si fossero imprudentemente spinti ad invitarci all'aperitivo e a non farci prendere dalla piscosi da coronavirus, in questi giorni di guerra contro un nemico sconosciuto nulla era già più come prima. Un nemico così insidioso che pochi giorni dopo, l'11 marzo, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbe preso un'altra drammatica decisione sigillando tutto il Paese. Da quel momento le nostre giornate sono state incatenate dal nuovo perentorio ordine di non uscire di casa, se non per pochissime eccezioni, esteso all'Italia intera. In altre parole ci è stata sospesa la libertà, proprio come avevamo visto nei film distopici più illuminati. Tanto che oggi una qualsiasi commedia contemporanea sembra invece raccontare un mondo che non c'è più. Fa un certo effetto vedere scorrere nei film la vita di ieri e sentirla perduta. Tutto è accaduto così rapidamente che non abbiamo avuto nemmeno il tempo di fare le valigie per restare a casa. Già, quella casa che è diventata tutto, anche l'ultimo bar delle nostre grandi speranze, parafrasando il meraviglioso romanzo di J. R. Moehringer. 

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La fuori è (quasi) tutto chiuso e in questi giorni che lasciano nudi alla paura solo gli occhi, ora che siamo orfani anche dei gesti più semplici, ci mancano gli abbracci che ci siamo spesso negati. Dopo una settimana di forzata clausura siamo usciti sui balconi a cantare, dando voce a un modo di essere tutto italiano, al quale non manca nemmeno in questa occasione il suo tono melodrammatico. Eppure la tromba di Raffaele Kohler, che ha intonato O mia bela Madunina dietro una finestra meneghina che sembrava la stessa di una prigionequalche brivido lo ha messo. Ci sentiamo soffocare perché non vediamo un orizzonte, non sappiamo quando finirà questa guerra che ha messo medici e infermieri in prima linea a combattere per tutti.  Noi siamo qui, con il nostro lago che si è fatto specchio ancora più dolce senza i graffi dei motoscafi. Noi siamo qui ad aspettare buone notizie mentre si fa largo un silenzio rotto solo dal canto degli uccelli, dalle sirene delle ambulanze e dai rintocchi delle campane. Persino gli schiamazzi dei bambini sono stati sospesi. Noi siamo qui, con una canzone che ci canta ancora amore.  A domani.

Diario emotivo aprile

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