Il Giro d'Italia dell'arte non fa tappa a Como

Una beffa che vede protagonista Sergio Gaddi, l'ex assessore che per primo aveva portato le Grandi Mostre a Villa Olmo

Sergio Gaddi

Chi ha la fortuna di girare l'Italia per lavoro, o anche solo per piacere, almeno una volta avrà incontrato Sergio Gaddi. Non tanto fisicamente quanto invece nel suo puntuale ruolo di narratore della mostra di turno. Personalmente quest'anno mi è capitato a Verona per Botero e due volte a Bologna per Warhol e Chagall. Sarebbe successo nuovamente se in questi mesi fossi stato anche a Roma, a Napoli, ad Asti, a Torino. Le mostre organizzate da Arthemisia girano l'Italia (e il mondo) e sono spesso molto interessanti, anche da un punto di vista storico, non solo artistico. 

Eppure, nonostante Sergio Gaddi ne sia diventato un credibile ambasciatore - soprattutto dopo la formante esperienza della Grandi Mostre a Villa Olmo - l'arte popolare, quella dei grandi nomi della pittura, è di fatto sparita dalla città. Se Luigi Cavadini aveva quantomeno fatto una scelta di campo con un percorso alternativo, dall'attuale giunta alla guida di Como, dopo la boutade Sgarbi, solo invece giunti solo rumorosi silenzi. 

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Andando oltre l'inflazionato ossimoro, ci piacerebbe osservare il lavoro di Gaddi con simpatia ma senza rimpianti. Come? Semplicemente in presenza di progetti importanti, possibilmente figli di una nobile visione culturale. Potremmo insomma limitarci a guardare con simpatia al suo percorso, magari dandogli una pacca sulle spalle ogni volta che lo incontriamo, ma senza nemmeno chiedergli di estrarre dalle tasche il riccco portafoglio di Arthemisia. Ma così non è: le mostre sono altrove in l'Italia, non più a Como. E incontrare ogni volta l'ineffabile Gaddi che spiega altrove l'opera di Chagall, Canova, Warhol, Monet, Toulouse-Lautrec, Rubens, fa un po' rabbia. Anche banalmente pensando che tutto ciò accade in luoghi rispetto ai quali Villa Olmo - che fino a prova contraria si affaccia su uno dei laghi più belli del mondo - non ha nulla da invidiare, anzi.

È del tutto evidente che la questione delle Grandi Mostre è solo una delle tante occasioni perse da una città mai così profondamente ferita dall'incapacità di accendere luci che non siano culturalmente fatue come quelle di Natale. Ma è proprio intorno al futuro del compendio di Villa Olmo che Como gioca forse la sua ultima carta. Ma anche un jolly può essere inutile: se rimane in mano, non serve a nulla. 

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