Cantù, reparto riabilitazione da Covid, le infermiere raccontano: "Quegli occhi impauriti che non scorderemo mai"

Patrizia Mattarella e Nazzarena Cattaneo ricevono ancora oggi i messaggi dagli ex pazienti e li condividono con noi

Patrizia Mattarella e Nazzarena Cattaneo lavorano come infermiere nel reparto di Riabilitazione Cardio-Respiratoria dell’ospedale di Cantù, diretto dal dottor Antonio Paddeu. Ha ospitato, in questi mesi, 50 pazienti ex Covid. 

Sulla loro esperienza vissuta a fianco dei pazienti ricoverati per la riabilitazione a seguito del Covid-19, ci hanno girato alcuni pensieri che condividiamo.
“In questi mesi abbiamo accolto pazienti provenienti dalle terapie intensive e dai reparti di degenza per la fase acuta. Persone la cui vita è stata sconvolta senza preavviso da questo virus e che lentamente e con fatica ora escono da un percorso buio.
Pazienti dagli occhi impauriti che hanno bisogno di sentirsi dire “andrà tutto bene”, portando ognuno il suo vissuto e la sua sofferenza fisica e psichica, i segni sul viso della maschera per la ventilazione portata per settimane, la tracheotomia eseguita dopo l’intubazione oro-tracheale, la difficoltà alla deambulazione dopo un lungo periodo di allettamento.
Pazienti che presentano difficoltà a concentrarsi, a ricordare, a mantenere il filo del discorso, il pensiero a volte confuso, disorganizzato e incoerente, accompagnati spesso da incubi notturni.
Il tutto in un percorso trascorso in solitudine, in isolamento obbligatorio, senza il conforto e la vicinanza dei propri cari. Qualcuno ha dovuto affrontare oltre alla malattia anche la perdita di un famigliare o un amico.

Lo svezzamento dalla terapia con ossigeno, il risentire la propria voce dopo la rimozione della cannula, il recupero dell’autonomia respiratoria, il riuscire a fare i primi passi, riabbracciare i propri famigliari, bere una tazza di caffè offerta dall’infermiera... quanti obiettivi raggiunti ed emozioni condivise.
Perché per noi il prendersi cura vuol dire questo, non solo il “to cure” ma anche il “to care” ossia il prendersi cura di queste persone fragili, instaurando empaticamente rapporti umani che potenziano il percorso riabilitativo.
E per noi la più grande gratificazione è stata vedere la ripresa di questi pazienti, il poterli accompagnare alla porta e sentire “Finalmente la luce” come è stato per Gianbattista, arrivato dalla provincia di Bergamo.
E sono tanti i messaggi di ringraziamento e le testimonianze lasciate dai pazienti come Bruno che vuole ricordare,dopo due mesi trascorsi in rianimazione: “L’emozione più grande è stata rivedere mia moglie e le mie figlie. Un’energia positiva più potente dei farmaci”.
E poi “Vi porto sempre nel cuore”, sms di Stefano tornato in Puglia.
“Grazie a tutti, vi sono riconoscente” nella lettera di Ernestina.
“Dopo quattro mesi sono andato dal barbiere e vi penso sempre” e “una cosa è certa: voglio rivedervi”
scrive Giuseppe da Stradella (Pv)”.

Questa la vita che comunque scorreva, tra chi curava e chi lottava per sopravvivere. Legami fatti di poche parole, di sguardi, di sconfitte, certo, ma anche di grandi vittorie, quando finalmente le infermieri li accompagnavano al portone, lo stesso che li riportava nel mondo. 

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Il percoso 

Il percorso assistenziale è basato sulla centralità del paziente: la presa in carico è gestita, come detto, da un’èquipe multidisciplinare basata su una valutazione e un trattamento personalizzato in modo da migliorare la dinamica respiratoria, la condizione fisica e psicologica. Il primo gradino è rappresentato dallo svezzamento dall’ossigeno e dal recupero dell’autonomia respiratoria, il secondo è rappresentato dagli interventi per il rafforzamento muscolare e il graduale recupero delle autonomie.

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